Immaginate un salmone che, in preda agli effetti chimici di una droga, inizia a nuotare compulsivamente coprendo distanze quasi doppie rispetto ai suoi simili e alterando in modo imprevedibile la propria area di caccia e sopravvivenza. Potrebbe sembrare la trama di un surreale film distopico, ma è l’esatto quadro clinico ed ecologico che sta emergendo dalle profondità dei nostri bacini idrici. Il consumo umano (in costante e drammatico aumento) di cocaina, droghe sintetiche e farmaci ansiolitici non si ferma infatti al nostro metabolismo: attraverso gli scarichi domestici, le fogne e i depuratori – che spesso non riescono a filtrare completamente queste micro-molecole – finisce dritto nei fiumi e nei mari, intossicando cronicamente la fauna selvatica.
A dimostrarlo con rigorosa esattezza è il primo, pionieristico esperimento mai condotto non nelle vasche asettiche di un laboratorio, ma direttamente in natura. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Current Biology, è stato realizzato da un ampio team internazionale coordinato dalla Griffith University (Australia) e dall’Università Svedese di Scienze Agrarie (SLU), con la collaborazione della Società Zoologica di Londra e dell’Istituto Max Planck.








