«Èun femminicidio, e va chiamato con il suo nome». All’indomani della tragedia di Vignale, le parole nei centri antiviolenza sono nette e restituiscono al fatto una dimensione che va oltre il singolo episodio.

Me.dea

Da Me.dea emerge il ritratto della vittima. «Loredana era una donna che amava la vita, che aveva avuto coraggio di uscire da una relazione violenta, di riprendersi i suoi spazi, la sua libertà, la sua serenità», si legge in un comunicato. Una scelta che si scontra ancora con una cultura incapace di accettare il rifiuto. «L’amore è accettazione delle scelte della partner – sottolineano –, una relazione non può fondarsi sulla sopraffazione».

L’ex marito di Loredana: “Chi l’ha uccisa era un mostro. Denuncialo, le dicevo, non mi ha ascoltato”

La dinamica del delitto, se confermata, «sembra quella di una caccia spietata», segnata da «una volontà di possesso assoluto». Un passaggio che chiarisce come il femminicidio non sia un’esplosione improvvisa, ma l’esito di un percorso. Anche perché, ricordano da Me.dea, «le cronache raccontano di timori confidati, segnali precedenti, una violenza che non nasce all’improvviso».