Barack Obama firmò l’accordo nucleare con l’Iran nel luglio 2015 e lo chiamò diplomazia. Donald Trump ha fatto saltare tre impianti nucleari iraniani con i B-2, ha frantumato la catena di comando, ha colpito siti missilistici, marina, basi dei pasdaran, impianti siderurgici e industriali, ha minacciato gli impianti petroliferi e le infrastrutture energetiche del Paese. Adesso i due Paesi trattano. Il metodo di Obama è stato un disastro politico. La campagna militare di Trump si è dimostrata finora l’unica risposta efficace ai continui sforzi dell’Iran per acquisire la bomba atomica. Ma dobbiamo tornare all’estate del 2015, quando il mondo festeggiava il Jcpoa (Joint comprehensive plan of action, ovvero Piano d’azione congiunto globale) come il miracolo della pace. Secondo l’allora presidente americano, l’Iran avrebbe limitato l’arricchimento dell’uranio, gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbero controllato, le sanzioni sarebbero state revocate.

I difetti del piano però, già noti alla firma, superavano i pregi. L’amministrazione aveva promesso ispezioni ai siti nucleari «anytime, anywhere», sempre e ovunque. Quello che venne negoziato era invece un sistema di managed access, un accesso regolamentato: per i siti nucleari sospetti, Teheran aveva fino a 24 giorni di preavviso prima di far entrare gli ispettori. Ventiquattro giorni: un tempo infinito, sufficiente a pulire i laboratori, smontare o spostare le centrifughe e passare la cera sul pavimento prima che arrivassero i burocrati da Vienna.