La fogna a cielo aperto del guitto di Putin contro Giorgia Meloni non è solo la rappresentazione del fetido discorso della propaganda russa, è la manifestazione della debolezza del Cremlino. Vladimir Solovyev è il cantore del regime, l’uomo dei manifesti ideologici per il popolo. Finito il rumore, il segnale che resta non è l’insulto televisivo, ma la sproporzione tra la volgarità propagandistica e la realtà sul campo di battaglia: la Russia è impantanata, subisce perdite su tratti del fronte, soffre l’abilità dell’Ucraina nella nuova guerra dei droni (in aria e in mare) e, dopo quattro anni, non avanza, il racconto della “vittoria russa” sul terreno non c’è, questo alimenta il ricorso alla propaganda.
Il Cremlino non ha una exit strategy e punta solo al logoramento dell’alleanza occidentale, mentre l’attenzione si è spostata sull’Iran e sul Golfo con l’ipotesi di un ritorno ai bombardamenti nel giro di poche ore, già ventilata da Donald Trump. In questo quadro, la leva è politica, non militare, e passa per l’asse europeo in cui Roma ha agito da cardine, la vera molla che ha fatto scattare l’assalto animalesco di Solovyev: il posizionamento fermo di Giorgia Meloni, del centrodestra, che ha contribuito a tenere unita la coalizione pro-Kiev, evitando defezioni a catena e impedendo a Mosca di entrare nella capitale. Se l’Italia arretra, è la scommessa di Vladimir Putin, si provoca la slavina e poi la valanga, il ripiegamento europeo e il passo e chiudo americano. In Italia tra un anno si vota, i russi hanno già in piedi l’operazione di disinformatia.











