VENEZIA - Va bene l’attestato, passi pure la spilletta. Ma il cappello, quello no. Da giorni il mondo alpino è in subbuglio per la decisione di consegnare, a 180 volontari (uomini e donne) di Milano Cortina 2026 che hanno operato con la Joint task force della Difesa, anche il copricapo con la Penna Nera, durante la cerimonia di ringraziamento avvenuta sabato scorso a Verona. «Vergogna, quei ragazzi non hanno fatto la leva come noi, state svendendo un simbolo»: è il commento forse più gentile fra le centinaia di feroci critiche che in queste ore stanno inondando le pagine social dell’Ana. Sugli stessi canali, attraverso una videointervista per il programma “L’Alpino”, respinge però le obiezioni il trevigiano Sebastiano Favero, numero uno dell’associazione nazionale: «Cappello alpino vuol dire impegno, ma è una trasmissione che diamo in una prospettiva anche futura, così come nel suo messaggio ha ben detto anche la presidente del Consiglio».

Proprio la premier Giorgia Meloni era stata protagonista di una polemica simile, benché dall’eco più contenuta, nella primavera di tre anni fa. Durante l’Adunata di Udine, l’allora comandante delle Truppe alpine Ignazio Gamba aveva posato sulla sua testa niente meno che il cappello con la penna bianca (prerogativa degli ufficiali) e le quattro stelle (grado del generale). Il gesto aveva suscitato un notevole stupore, poiché l’uso di quello che potrebbe sembrare solo un accessorio, in realtà è oggetto di una rigida disciplina all’interno dell’Ana. Basti pensare che nella sua ultrasecolare storia, solo nel 2016 l’associazione ha modificato il regolamento per introdurre la qualifica di “Amico degli Alpini” a chi è iscritto e collaboratore da almeno due anni, con “diritto a fregiarsi del copricapo”. Ma non di quello dei militari in servizio o in congedo, bensì del modello “norvegese”: di fatto un cappellino con paraorecchie provvisto del fregio raffigurante un’aquila nera, però privo dell’iconica penna.