E' difficile, o meglio faticosamente praticabile ogni confronto con la pittura di Caravaggio. Non tanto per i particolari tecnici, quanto per l'impatto emozionale, dai tumulti di chiaro scuro al pennello che esplora il tatto sensuale del colore. Ecco perché incuriosisce il titolo Pittura a Napoli dopo Caravaggio della mostra allestita fino al 27 settembre al Fortino Leopoldo I di Forte dei Marmi. Michelangelo Merisi, soggiornò per nove mesi a Napoli dall'ottobre 1606 e vi ritornò nel 1609.

Nelle due febbrili presenze, il genio di Caravaggio e la forza espressiva dei capolavori dipinti nella città partenopea, di cui oggi rimangono Le Sette opere di Misericordia, La Flagellazione di Cristo e Il Martirio di Sant'Orsola, esercitarono un ruolo talmente incisivo sul palcoscenico artistico della città, da teorizzare una successiva gemmazione di lampi, flussi e correnti di tendenza pittorica, in un linguaggio comunque inimitabile e incomparabile al magnetismo del timbro di Merisi. E qui risiedono personalità e distintività della mostra di 39 dipinti, successivi alla morte del pittore lombardo. Il percorso del vedere, curato da Nadia Bastogi e allestito su tre piani da Marco Francesconi, mette a fuoco le peculiarità della pittura napoletana del dopo Merisi, offrendo l'opportunità di staccarsi da Caravaggio, di lui nulla è in mostra. E' l'invito a scoprire la singola impronta, il ritmo del segno, il gioco cromatico di ciascuno dei pittori, che emerga o non emerga oltre ogni raffronto. Così che il dopo Merisi non privilegi la ricerca di elementi a supporto di un rapporto di influenze, naturalismo, luminismo o realismo drammatico, quanto offra l'abbrivio a esplorare identità attrattive e contrappunti di ogni distinta pittura. Il carosello partenopeo delle tele punge, già nel fuoco dei dettagli al primo sguardo, invitando a leggere bagliori, oscurità, profumi, miasmi e dolcezze, sacralità e disperazione, accenti e sottovoce, esitazioni e risolutezze.