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Ultimo aggiornamento: 10:39

Il più bel fiore sulla tomba di Francesco a un anno dalla sua morte lo ha portato papa Leone esclamando nella basilica vaticana che Gesù è il Re della Pace, un “Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. E qui Leone ha citato il profeta Isaia, attraverso cui il Signore parla ai popoli: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano di sangue”.

Non è un’esortazione generica e buonista alla pace, ma un appello a opporsi ad una guerra precisa: la guerra di Trump e Netanyahu, la guerra che i suprematisti americani vogliono benedetta dalla divinità. In questa concretezza, in sintonia con l’opinione pubblica mondiale e che (logicamente) farà infuriare il presidente statunitense, si vede l’orma della dimensione geopolitica del papato bergogliano.

L’ala ultraconservatrice che per dieci anni aveva scatenato una guerra civile all’interno del mondo cattolico, aggredendo in tutti i modi la figura di Francesco, sperava di imporre al conclave un nome che riportasse la Chiesa al passato, all’immobilità di una tradizione e di una dottrina ideologicamente vissute. Non è andata così. I porporati del Sud globale, venuti dalle periferie meno conosciute, hanno imposto che si andasse avanti sulla via tracciata da Francesco.