È trascorso un anno dalla morte di Papa Francesco e la Chiesa si trova davanti a un passaggio delicato: trasformare quel pontificato fortemente innovativo in un'eredità stabile e operativa. Le celebrazioni previste il 21 aprile nella Basilica di Santa Maria Maggiore - luogo simbolo scelto dallo stesso Bergoglio per la sua sepoltura - non sono soltanto un momento commemorativo. Per certi versi offrono uno spazio per misurare quanto il suo Magistero sia stato realmente assimilato. Papa Leone quel giorno non ci sarà, è in Africa, ma in basilica verrà letto un suo messaggio. La memoria dell'«amato predecessore» è una costante nel suo cammino così come i richiami e le citazioni. Anche in questi giorni lo ha fatto a testimonianza del forte legame personale che avevano.
Il primo dato evidente resta la portata del lascito. Nei suoi dodici anni di regno Francesco ha inciso su più livelli: teologico, pastorale, sociale e simbolico. Parole come sinodalità, misericordia ed ecologia integrale, per esempio, sono entrate stabilmente nel lessico ecclesiale. Tuttavia, la loro traduzione in strutture e prassi consolidate resta ancora incompleta. La sinodalità è stata avviata come processo, tuttavia non ha ancora prodotto un modello definitivo di governance ecclesiale condiviso e irreversibile. Il dibattito interno resta serrato. In passato la spaccatura tra progressisti e conservatori ha causato tante lacerazioni e ora Papa Leone sta pazientemente riportando unità dentro una Chiesa polarizzata.












