Domenica pomeriggio, piazza San Carlo. Una mamma si avvicina mano nella mano con il figlio di cinque anni a uno stand dove un robot si muove tra la gente. «Utilizzata bene, la tecnologia è uno strumento valido», dice. Non è venuta per caso: sapeva che avrebbe trovato studenti del Politecnico con prototipi, droni sottomarini, velivoli aerodinamici.

È questa l'immagine che resta di Biennale Tecnologia 2026 - la prima edizione «pop», quella in cui il festival ha abbandonato le aule dell'ateneo per prendere possesso dei luoghi culturali della città. Palazzo Carignano, il Conservatorio Verdi, il foyer del Teatro Regio. Cinquantamila presenze in quattro giorni, tutti gli spettacoli esauriti, tutti gratuiti.

Il rettore Stefano Corgnati non si ferma all'autocelebrazione. Porta a casa un'idea più grande: «Proporrò alla Conferenza dei rettori di organizzarci come sistema universitario», annuncia. Un calendario nazionale di eventi in cui gli atenei raccontino alla società la conoscenza che producono. Torino come modello. Gli spettacoli andranno in tour per l'Italia, il festival continuerà in forma ridotta per tutto l'anno.

«Sperimentare nuovi linguaggi - teatro, mostre d'arte - ha permesso di intercettare chi non sarebbe mai venuto a un dibattito accademico», riflette Corgnati. La tecnologia, per una volta, non spiegata. Mostrata.