È un all-in, non ci sono mezze misure. O quel dipinto è una “crosta” senza alcun valore, né più né meno come quei quadri ricalcati che si facevano alle medie, solo (in questo caso) spennellato con qualche tocco di attenzione in più; oppure è un capolavoro da destinare al grande patrimonio artistico dell’umanità, che dovrebbe stare dentro un museo ed essere ammirato e potrebbe valere addirittura 150 milioni di euro. Prendere o lasciare, anzi salvare o mandare al macero (giudiziario) perché quella che segue è una vicenda a metà tra il mistero e l’arte, tra la magistratura e i collezionisti più accreditati. Ruota, però, tutta attorno a lui, a Les Meules, tradotto: I covoni, datato: (forse) 1888, firmato: (magari) Vincent Van Gogh, conteso (oggi sì) perché la sua autenticità non si riesce proprio a dimostrare.
È il 2007, una vita fa: in Italia governa Prodi, papa Ratzinger non s’è ancora dimesso, sta per uscire il primo iPhone della storia e due vicentini, Umberto Ferrigato che fa il notaio e Cipriano Tessarolo che fa l’imprenditore, da una società estera che è la Lanvalley investments inc, per una cifra simbolica concordata a mille euro, comprano questo dipinto che già adesso non mette d’accordo nessuno (e, infatti, il prezzo stracciato con cui se lo portano a casa lo testimonia). È un Van Gogh? È un falso seppur abilmente riprodotto?






