Una biografia non è una linea retta. La mia, per esempio, ha compreso più di una laurea. Eppure non mi era ancora capitato di assistere alla discussione di tesi di una studentessa che avevo seguito come docente. Il 15 aprile, nella sede di Cuneo dell’Università di Torino, è accaduto per la prima volta. Sylla Nabintou ha ricevuto il titolo e il riconoscimento per il suo lavoro scientifico. A colpirmi non è stato soltanto il suo valore accademico, ma ciò che quella laurea rendeva visibile sul piano sociale: il rapporto tra migrazione, riconoscimento e dispersione di competenze.
La ricerca di Nabintou deriva da una storia familiare iniziata in Costa d’Avorio e proseguita in Italia. Prima Lamina arriva a Cuneo dall’Arabia Saudita per lavorare alla Michelin con un permesso di lavoro. Poi il fratello Mamadou, con un visto turistico. Infine Nabintou, moglie di Mamadou, con il ricongiungimento familiare.
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Una traiettoria ordinata, inscritta in procedure formali e in un concreto processo di mobilità sociale. Nel tempo emerge un contributo utile alla collettività: uno studio che riguarda la cura, in particolare quella dei bambini. Eppure in Italia Nabintou non ha avuto accesso diretto all’università, sebbene avesse un percorso scolastico adeguato. Per entrare a Infermieristica ha dovuto rifare un anno di terza media e tre anni di scuola superiore: quattro anni complessivi.






