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19 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 14:58
Il governo Meloni ha lasciato scadere la delega sulle retribuzioni “giuste ed eque” e sulla contrattazione collettiva che la maggioranza di centrodestra aveva approvato lo scorso autunno modificando alla radice – e snaturandola – la proposta di legge delle opposizioni per l’introduzione di un salario minimo. Una scelta obbligata: l’intenzione di entrare a gamba tesa sul tema della rappresentanza fissando come riferimento per i salari quelli previsti dai contratti nazionali “più applicati”, anche se firmati da sigle minori, ha ottenuto nei giorni scorsi l’inedito risultato di far salire sulle barricate contro il prossimo decreto Primo maggio non solo i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil (reduci da anni di divisioni) ma pure le associazioni datoriali. Unanimi nel chiedere all’esecutivo di fermarsi e aspettare l’esito del confronto in corso tra le parti sociali sull‘annoso tema della misurazione dell’effettivo peso delle sigle nei diversi comparti.
Per evitare l’effetto boomerang si è deciso quindi, come ufficializzato sabato in una nota del ministero del Lavoro guidato da Marina Elvira Calderone, di puntare su “risposte più celeri e più concrete di quanto si sarebbe potuto fare con la legge di attuazione della delega in materia di contrattazione collettiva” attraverso “un provvedimento organico per rafforzare i dati positivi del mondo del lavoro degli ultimi anni”. Ovvero? Il testo, atteso in consiglio dei ministri il 30 aprile, dovrebbe limitarsi a rinnovare i bonus per le assunzioni di giovani e nelle Zes, altrimenti in scadenza, e forse rendere strutturale la detassazione degli aumenti contrattuali per chi ha redditi sotto i 33mila euro annui, dei trattamenti accessori e dei premi di produttività. Coperture permettendo.












