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Scontro sugli incentivi ai legali che seguono le pratiche. Insorge il Consiglio forense
Il terreno dello scontro politico si sposta sui rimpatri e finisce per coinvolgere anche l'avvocatura. Il nuovo capitolo del decreto Sicurezza approvato venerdì al Senato riaccende le critiche della sinistra e apre un fronte inatteso con il Consiglio nazionale forense. Al centro c'è la norma che punta a incentivare i rimpatri volontari dei migranti: un contributo da 615 euro destinato agli avvocati che seguono le pratiche, riconosciuto però solo a rientro effettivamente avvenuto. Una misura inserita nel provvedimento attraverso un emendamento di maggioranza e pensata per dare impulso a un meccanismo che finora ha faticato a decollare.
Nel testo compare anche il coinvolgimento diretto del Consiglio nazionale forense, chiamato a collaborare con il ministero dell'Interno sia sul piano operativo sia nella gestione dei contributi. Ma proprio da qui nasce la frattura. L'organismo si sfila con una presa di posizione netta: non sarebbe mai stato informato "né prima della presentazione dell'emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione". E chiede che "il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali".






