Quello del cancelliere tedesco è un mestieraccio, almeno in questa contingenza. Passati da secoli i tempi della popolare Angela Merkel, adorata dai tedeschi, da Barack Obama e da Vladimir Putin, oggi Friedrich Merz non è solo impopolare a casa ma è piuttosto isolato anche sul fronte internazionale.
In Europa: quale conservatore old school, il cancelliere tedesco è inviso ai sovranisti. D’altronde, quale leader conservatore, Merz non ha grandi amici a sinistra. Lo salva il buon rapporto, tattico, con Giorgia Meloni. Non gli resta dunque che buttarsi sulla relazione speciale con Donald Trump. Il presidente americano, è vero, lo ha sempre accolto con calore e simpatia alla Casa Bianca ma la Germania di oggi non ha bisogno di pacche sulle spalle quanto di occasioni di business.
Grande amico (a parole) dei tedeschi, Trump è anche l’uomo dei dazi: una politica che, piaccia o meno, sta funzionando nell’intento di riequilibrare la bilancia commerciale fra gli Stati Uniti e il resto del mondo. La Germania ha chiuso il 2024 con un saldo attivo per 70 miliardi nei confronti degli Usa ma nel 2025, l’anno in cui Trump è ridiventato presidente, quel saldo si è dimezzato a 34 miliardi. Nello stesso periodo, fra l’altro, il saldo commerciale negativo fra la Repubblica federale tedesca e la Cina popolare è aumentato da 64 a 89 miliardi. I tedeschi, in soldoni, vendono molto meno agli americani e comprano molto di più dai cinesi. Una contingenza che, associata all’impennata della spesa pubblica da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, ha spinto la quarta economia tedesca nelle secche della recessione. Merz, insomma, ha ereditato la guida del governo federale in un passaggio critico segnato l’aumento delle spese per l’acquisto di materiale bellico americano per aiutare l’Ucraina assieme all’aumento – massiccio – della spesa pubblica per dotare il Paese di una difesa degna di questo nome. Il tutto condito dall’aumento della spesa per gas e petrolio.






