«Quando alla Fiera del Libro di Francoforte un giornalista mi ha detto che era “cattivo gusto” fare un fumetto su Auschwitz gli ho risposto che fare Auschwitz era cattivo gusto!». Così Art Spiegelman aveva raccontato anni fa a Torino lo scambio con un giornalista tedesco sul suo «Maus».
Nato nel 1948 a Stoccolma ma cresciuto a New York, debutta sulla scena del fumetto underground a fine anni Settanta, fondatore della rivista di fumetti Raw con la moglie Françoise Mouly e per anni direttore artistico e copertinista dello storico settimanale culturale New Yorker, malgrado il buon curriculum è il classico autore di un solo libro: ma quel libro è un capolavoro.
«Maus», il cui primo volume esce nel 1986, quarant’anni fa (il secondo, e ultimo, viene pubblicato nel 1991), è forse la più potente narrazione della Shoah mai fatta in un medium, con gli ebrei raffigurati come topi e i tedeschi come gatti.
In «Maus», edito in Italia prima da Rizzoli Milano Libri e poi da Einaudi, ha raccontato le vicende dei genitori Vladek e Anja, ebrei polacchi, durante la seconda guerra mondiale e poi ad Auschwitz.
Spiegelman si è basato sui ricordi del padre (il racconto si snoda fra il presente a New York e il passato negli anni Trenta e Quaranta), personaggio tutt’altro che perfetto: avaro, egoista, lo stesso autore ha detto che «sembra la caricatura dell’ebreo dei testi antisemiti».








