ROMA Un decreto nato con la dichiarata intenzione di arginare il rischio di guerriglie urbane - vedi Askatasuna - ma ci è mancato poco per vederne esplodere una nell'Aula del Senato. Il decreto sicurezza ottiene il primo via libera da Palazzo Madama - 96 sì, 46 pollici versi - tra le vivaci proteste delle opposizioni, con tanto di cartelli sventolati a favore di telecamere e fotografi: «Governo Meloni. Zero risorse, zero diritti, zero sicurezza», l'accusa mossa, mentre il presidente Ignazio La Russa sudava sette camicie per riportar la calma in Aula.

E martedì prossimo si replica alla Camera, dove il provvedimento arriva di gran fretta e armato di fiducia per essere approvato entro il 25 aprile. Tempi strettissimi, pena la decadenza.

Trentatré gli articoli, spaziano dal fermo preventivo di 12 ore prima di un corteo allo "scudo" pensato per gli agenti ma che, in realtà, vale per tutti coloro che commettono reati con una "causa di giustificazione". Spazio poi alla norma anti-maranza con il divieto sui coltelli per i minori e la spinta - l'ennesima dell'era Meloni - ai rimpatri dei migranti. Tante novità che strada facendo hanno richiesto varie correzioni ed accomodamenti, al punto che la maggioranza si è vista costretta a presentare una trentina di emendamenti rinunciando così alla salvifica fiducia a Palazzo Madama. Da qui l'ingorgo al Senato con il tour de force di dieci ore, giovedì, per smaltire tutte le votazioni, mentre montava la rabbia indomita delle opposizioni (oltre mille le proposte di modifica messe sul tavolo).