Caro Direttore, la "svolta" a sinistra di Giorgia Meloni potrebbe pagare?

Angelo Campagner

Caro lettore, faccio fatica a dare un significato preciso al concetto di "svolta a sinistra", ma se lei si riferisce allo strappo con Trump all'indomani dell'attacco del presidente Usa al Papa e alla scelta di raffreddare i rapporti con Israele sospendendo il rinnovo automatico dell'accordo di Difesa tra Roma e Tel Aviv, penso semplicemente che Giorgia Meloni abbia preso due decisioni inevitabili, che hanno origini e ragioni diverse ma si inseriscono in quella che appare una nuova fase della politica estera italiana.

Sui rapporti con gli Usa, dopo l'elezione di Trump, la premier italiana aveva investito con convinzione, ritenendo di poter rappresentare un ponte tra la nuova amministrazione e l'Europa, soprattutto di fronte ad alcune scelte di forte impatto economico come i dazi che Trump si apprestava a imporre. Un ruolo quella della "pontiera" che era stata riconosciuto anche da osservatori autorevoli d'oltreoceano parte come il Politico e il New York Times e che rispondeva soprattutto alle ragioni della realpolitik, più che a una scelta di campo ideologica.

Ma l'attacco all'Iran deciso d'intesa con Israele senza consultare nessun alleato europeo, ha rappresentato un punto di svolta nella politica Usa. Sul piano politico-economico (la partita energetica è sempre più centrale) e su quello militare con l'abbandono della cosiddetta Dottrina Powell, secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero entrare in guerra solo con obiettivi chiari, forza schiacciante e una strategia di uscita plausibile. Un protagonismo e un'insofferenza ai vincoli, alimentata dal carattere di Trump, di cui lo scontro con il Papa è stata la rappresentazione più clamorosa ed evidente.