Quel brontolio crescente era molto di più del rombo dei motori. Era il respiro di una città dinamica, viva, che voleva dimostrare come fosse possibile rinascere, dopo le macerie e i lutti della seconda guerra mondiale. Un messaggio chiaro: Bari, ancora lontana dai grandi circuiti economici europei, bussava alla porta del mondo. Lo faceva con la Fiera del Levante ma soprattutto con il Gran premio di automobilismo che dal 1947 al 1956, per nove edizioni (non si disputò nel 1953), accese i riflettori sul capoluogo pugliese. C'erano tutti gli ingredienti di uno show dal successo assicurato. I migliori piloti dell'epoca, Juan Manuel Fangio, Cico Landi, Tazio Nuvolari, Stirling Moss e Alberto Ascari; principi blasonati, dal siamese Birabongse Bhanudej Bhanudandh detto Bira arrivato col suo aereo personale a Starrabba di Giardinelli; belle donne al volante, come Maria Teresa De Filippis, Isabelle Haskelle, Anna Maria Peduzzi; auto da sogno, Alfa Romeo, Ferrari, Maserati, Lotus, Jaguar, Osca.
Bari attirava giornalisti, visitatori, appassionati. Guardava avanti con gli alberghi pieni e i ristoranti presi d'assalto. Insomma, non solo sport ma anche festa, vermouth — così si chiamava il rinfresco dell'epoca — e dolce vita inseriti nel Maggio barese. Il Gran premio univa la città come un collante sociale. L'unico barese a disputare quattro edizioni del Gran premio (1949, 1952, 1954 e 1955) fu Aurelio Lorenzetti, perseguitato dalla sfortuna: con la sua Stanguellini numero 34 spesso finiva il circuito a piedi a causa di rotture meccaniche o della mancanza del carburante.







