Èun omaggio a un’icona del teatro e alla sua terra d’origine, la Liguria. Tullio Solenghi, dopo “I maneggi per maritare una figlia”, ritorna sulle tracce di Gilberto Govi a sessant’anni dalla sua scomparsa, con “Pignasecca e Pignaverde”. È in scena sabato 18 alle 20, 30 al Teatro Colosseo, in via Madama Cristina 71.
È vero che il suo interesse per Govi aveva già radici nella sua infanzia?
«Govi l’ho avuto sempre un po’ in mente, perché l’ho visto da bambino. Quand’ero nel mio paese, Sant’Ilario, si era sparsa la voce che pranzava al ristorante con la moglie Rina, così noi ragazzini corremmo per farci fare l’autografo da questa sorta di nonno affettuoso. In epoca più recente, ho condiviso alcuni reading suoi con Maurizio Lastrico, abbiamo visto che il pubblico era entusiasta e da lì è nata la produzione di questo spettacolo, prodotto dal Teatro di Camogli associato con il Teatro Nazionale di Genova». Perché ha definito estrema la scelta di interpretarlo?
«Il dubbio era: lo imito o non lo imito? Alla fine mi sono detto: lo clono. Esattamente come si clona la maschera di Arlecchino».
Il lavoro di ricostruzione della sua maschera è quasi maniacale.







