Nel corso del 2025 non è passato nemmeno un giorno senza che internet fosse spento in qualche nazione del mondo (il cosiddetto blackout di internet). Dei tanti dati raccolti nell’ultimo report della campagna KeepItOn di Access Now – che da dieci anni documenta e combatte gli “internet shutdown” a livello globale – è probabilmente questo a riassumere meglio quanto i blackout della rete stiano diventando un fenomeno sempre più diffuso: una pratica ormai abituale da parte di nazioni, in alcuni casi anche democratiche, che bloccano l’accesso a internet per nascondere brogli, violenze, attacchi, proteste, impendendo alla società civile di documentare le varie forme di repressione a cui è sottoposta.Nel complesso, durante l’anno passato si sono verificati 313 spegnimenti di internet in 52 nazioni, superando il triste primato del 2024 (304), che a sua volta aveva sorpassato il record dell’anno ancora precedente, quando erano stati registrati 289 blackout. Nel 2016, quando Access Now ha iniziato a documentare i casi, si erano invece verificati soltanto 80 spegnimenti della rete.Le nazioni (poche) che decidono (spesso) di spegnere internetSe oggi questa cifra è quattro volte superiore non è soltanto a causa del numero crescente di nazioni che adotta questa misura repressiva, ma soprattutto perché lo sfruttano con una frequenza sempre maggiore: nel 2025, la popolazione del Myanmar è stata sottoposta a 95 blackout, in India se ne sono registrati 65, in Pakistan 20, in Russia 19 (che hanno colpito anche l’Ucraina), in Iran, dove la situazione è ancora molto lontana dalla normalità, si sono verificati 11 episodi di questo tipo.Sono invece sette le nazioni che, nel 2025, hanno sfruttato per la prima volta gli shutdown di internet. I casi sono tra loro molto diversi: se in Albania e negli Stati Uniti è finita sotto accusa la decisione, rispettivamente, di mettere al bando TikTok per un anno, perché accusato di alimentare episodi di violenza minorile, e di sospendere il servizio per 14 ore mentre i dati e l’algoritmo venivano trasferiti, sul territorio nazionale, a una proprietà statunitense, in nazioni come Angola, Cambogia, Panama e Papua Nuova Guinea le motivazioni addotte sono state legate a proteste, tensioni ai confini e volontà di “contrastare la disinformazione”.Un caso ancora diverso è quello della Lituania, dove a finire sotto la scure delle autorità sono state due piattaforme russe – i social network VKontakte e Odnoklassniki – seguendo le linee guida del regolamento della UE del 2014 sulle “misure restrittive” connesse all’invasione da parte russa dell’Ucraina.Nonostante la differente gravità o le diverse motivazioni, nel report si sottolinea come nessuno spegnimento di internet possa essere sottovalutato, essendo ormai diventato uno dei principali strumenti per impedire alla popolazione di testimoniare violenze di vario tipo, brogli elettorali, attacchi contro aree considerate ribelli o repressione delle proteste.È anche per questo che nel dicembre 2025 la Corte penale internazionale ha formalmente riconosciuto il legame tra gli spegnimenti di internet e i crimini contro l’umanità. È stata una delle più importanti vittorie istituzionali dell’anno passato, a cui si aggiunge la conferma da parte delle Nazioni Unite di quanto gli shutdown di internet violino i diritti umani e compromettano i processi democratici.Le ragioni dei blackout di internetChe non si possano derubricare facilmente questi episodi è dimostrato da un altro dato: il 40% degli spegnimenti di internet (125) è avvenuto durante conflitti armati in 14 nazioni (tra cui Ucraina, Palestina, Yemen, Cambogia, Iran, India, Etiopia), a conferma – si legge nel report – di quanto i blackout della rete siano ormai “parte dei metodi impiegati in guerra” ed eseguiti attraverso cyberattacchi, blocco dei dispositivi e dei terminali satellitari, attacchi aerei contro le infrastrutture per la telecomunicazione.“Teniamo sempre un occhio sulla connessione del cellulare”, ha spiegato un operatore umanitario in Myanmar. “Nel momento in cui vediamo il segnale sparire, ci andiamo immediatamente a riparare nei rifugi sotterranei, perché abbiamo ormai capito che quando perdiamo il segnale significa che sta per arrivare un attacco aereo”. È un'ulteriore conferma di quanto gli spegnimenti della rete siano impiegati anche per nascondere le prove di crimini e possano addirittura facilitare o contribuire a dei crimini internazionali.La seconda causa che più facilmente innesca i blackout della rete è rappresentata dalle proteste della popolazione. Nel 2025 si sono verificati 64 shutdown di questo tipo in 19 nazioni (tra cui Angola, Camerun, Iran, Giordania, Kenya, Libia), nel tentativo di reprimere il dissenso e giustificando le proprie azioni con la necessità di “proteggere la sicurezza nazionale”. Uno dei casi più importanti si è verificato in Togo, dove internet è stato inutilizzabile dal primo luglio al 5 settembre 2025, dalle 9 del mattino fino a mezzanotte, con l’obiettivo di reprimere le manifestazioni, indette per protestare contro la nuova costituzione nazionale, durante le quali sono state uccise almeno sette persone.E poi ci sono i casi – 12 nel corso del 2025 – in cui gli shutdown sono stati messi in atto in vista delle elezioni. In Uganda, per esempio, le connessioni sono state bloccate durante le elezioni presidenziali che si sono tenute il 15 gennaio scorso e durante le quali il presidente Yoweri Museveni, che governa il paese dal 1986, ha ottenuto il settimo mandato.Come impedire gli shutdownÈ possibile fornire alla popolazione degli strumenti che non possono essere bloccati? “Con il netto aumento degli attacchi ai sistemi internet satellitari in orbita bassa (LEO), che aggravano ulteriormente molteplici crisi umanitarie nel mondo, è imperativo che governi, autorità di regolamentazione, fornitori di servizi satellitari e istituzioni internazionali sviluppino processi di governance più solidi e inclusivi e sostengano e implementino soluzioni come la connettività satellitare direct-to-cell”, si legge per esempio nel report.La connettività satellitare direct-to-cell è una tecnologia che consente ai normali smartphone di connettersi direttamente ai satelliti in orbita bassa, senza bisogno di dispositivi dedicati, garantendo copertura anche dove le torri cellulari non arrivano o sono state deliberatamente disattivate. Una soluzione che, se adeguatamente implementata, potrebbe rendere gli shutdown molto più difficili da imporre.Un'altra innovazione che va in questa direzione è Bitchat, l'applicazione sviluppata da Jack Dorsey, cofondatore di Twitter, che consente di scambiare messaggi crittografati senza passare da internet, utilizzando esclusivamente il Bluetooth. I dispositivi che usano Bitchat formano una rete in cui ogni smartphone fa da ponte per i messaggi altrui, estendendo la portata fino a circa 200 metri. Il vantaggio, in scenari di shutdown, è che il Bluetooth è una connessione locale tra dispositivi, indipendente dalle infrastrutture di rete. Di conseguenza, per i governi diventa molto più difficile impedire le comunicazioni (ma ovviamente funziona solo se c’è una certa densità di persone che usano Bitchat nella stessa area).Come recita il titolo del report KeepItOn, “la repressione in crescita incontra una resistenza globale”. Una resistenza che inizia ad avere dalla sua parte nuovi strumenti tecnologici e una maggiore considerazione a livello istituzionale. In un mondo in cui internet è sempre più controllato, frammentato e disposto a piacimento da regimi autoritari (e non solo), la libertà di internet è però sempre più a rischio.