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14 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 17:11
Dopo lo scudo ai ministri e al sottosegretario, arriva anche quello all’ex capo di gabinetto. La Camera ha votato per sollevare conflitto di attribuzioni di fronte alla Corte costituzionale contro la Procura di Roma, che accusa Giusi Bartolozzi, ex braccio destro del ministro della Giustizia Carlo Nordio, di aver reso false informazioni al Tribunale dei ministri durante l’indagine sul caso Almasri. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto: la richiesta di voto segreto avanzata da Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra è stata respinta. Il processo a carico dell’ex “zarina” di Nordio, a questo punto, sarà quasi certamente sospeso in attesa della decisione della Consulta, che potrebbe richiedere oltre un anno. Non solo: il fascicolo dovrà essere trasferito a Perugia, sede competente a giudicare i magistrati in servizio nel Lazio, in quanto Bartolozzi a breve tornerà alle sue vecchie funzioni di giudice della Corte d’Appello di Roma.
L’ex capo di gabinetto era stata iscritta nel registro degli indagati a settembre, dopo che il Tribunale dei ministri di Roma aveva trasmesso gli atti alla Procura defininendo “inattendibile e mendace” la sua versione sul rimpatrio del torturatore libico. Nelle scorse settimane i pm hanno chiesto il suo rinvio a giudizio. Già da mesi, però, alla Camera era partito l’iter per estendere anche a lei l’immunità che ha già salvato dal processo Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (la posizione della premier Giorgia Meloni, inizialmente indagata, è stata archiviata). Secondo la tesi del centrodestra, poiché il reato contestato a Bartolozzi è “teleologicamente connesso” a quello di cui erano accusati i membri del governo, il Tribunale dei ministri avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione a procedere anche nei suoi confronti, invece di trasmettere gli atti alla Procura. Una teoria che però non trova alcun riscontro nelle norme sulla materia, in base alle quali l’autorizzazione è necessaria solo per i reati commessi in concorso con i ministri e non in caso di semplice connessione.






