Il dibattito su una “legge speciale per Milano” si è riacceso negli ultimi giorni con un'intensità nuova - figlia delle reazioni politiche - ma soprattutto con una caratteristica che lo distingue da molte altre riforme italiane: una convergenza di fondo, quasi trasversale, sulla diagnosi del problema. Milano viene ormai presentata da più parti come una città che svolge funzioni nazionali ed europee senza avere gli strumenti adeguati, sostenendo costi – in termini di mobilità, casa, servizi – che eccedono quelli di un comune ordinario. Da qui l’idea, sempre più condivisa, che serva un salto di qualità istituzionale.

Le proposte in campo

Dentro questa convergenza, però, si aprono due strade molto diverse. La prima è quella sostenuta dal capogruppo al Senato leghista Massimiliano Romeo e dal suo partito, che ha scelto una via alta, costituzionale. La proposta depositata al Senato nell’agosto 2025 immagina Milano come una sorta di “capitale economica” dotata di uno status speciale sul modello di Roma Capitale. Non si tratta semplicemente di attribuire nuove competenze, ma di intervenire sulla Costituzione per riconoscere alla città un’autonomia rafforzata, sia amministrativa sia finanziaria, con la possibilità di disciplinare in modo più diretto ambiti cruciali come urbanistica, commercio e sicurezza urbana. È una proposta politicamente forte, quasi simbolica, che mira a ridefinire il ruolo di Milano nello Stato.