E se si candidasse un secondo nome del Pd? Se alle primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra si presentasse, oltre a Elly Schlein, un altro nome del Pd? La possibilità è prevista dallo Statuto del partito, grazie a una modifica che fu introdotta e votata nell’autunno 2012 (allora il segretario era Pierluigi Bersani) in vista delle primarie di coalizione del centrosinistra, per permettere anche a Matteo Renzi, ai tempi sindaco di Firenze, ma figura emergente nel Pd, di candidarsi. Prima di allora, lo Statuto del Pd, scritto quando si presumeva un scenario bipartitico, stabiliva che il solo candidato premier è il segretario, stop. Ma nell’ottobre 2012, dopo la sconfitta del Pd veltroniano, fortemente a vocazione maggioritaria, si decise di cambiare. Non solo, infatti, si decise di creare una coalizione, ma si stabilì che se qualcuno, pur non essendo il segretario, vuole candidarsi alle primarie di coalizione, può farlo. A patto che presenti un numero di firme pari al 10% dell’assemblea nazionale (circa una novantina) o al 3-4% degli iscritti.

La norma è tornata alla memoria di tanti, in questi giorni, proprio per la strana rimozione che sta colpendo tanti che pure hanno vissuto quel precedente. Nelle decine di interviste che i big hanno fatto, nessuno ne parla. E non ne parla nemmeno uno che del Pd sa tutto, come Dario Franceschini, protagonista, ieri, di un’intervista sul Corriere della Sera che ha segnato la domenica del centrosinistra. L’ex ministro della Cultura, uno degli ultimi, lucidi, acuti strateghi del campo progressista, ha voluto puntualizzare due cose nel bailamme che si era creato dopo il referendum. Primo: si devono fare le primarie. «Io credo», ha spiegato Franceschini, «che i meccanismi di scelta del leader nel nostro campo siano due: o si fa come la destra e si individua il leader del partito più grande o si fanno le primarie, che continuo a pensare siano il modo più trasparente e coinvolgente, se usate in modo virtuoso, di operare questa scelta».