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Il settore della difesa, che non produce pane o biscotti, prospera quando la geopolitica si incattivisce
Ci risiamo, ogni tre anni riecco spuntare uno dei vizi più amati dalla politica: trasformare ogni cambio al vertice in una resa dei conti, ogni sostituzione in una purga, ogni scelta industriale in un regolamento di conti ideologico. È un riflesso condizionato, buono per i talk show e per i retroscena da corridoio - non che a volte non manchino le ragioni - ma che non serve per capire come si governa davvero un grande gruppo strategico come Leonardo (sempre che ci sia davvero questo desiderio dietro le polemiche). La decisione del governo Meloni di cambiare guida, sostituendo Roberto Cingolani con un manager come Lorenzo Mariani, dall'opposizione viene raccontata con il solito arsenale lessicale: «defenestrazione», «epurazione», «resa politica». Parole comode, facili, e soprattutto sbagliate. Perché la realtà è più semplice e, se vogliamo, più scomoda per chi ama le narrazioni caricaturali: non esistono manager eterni, esistono fasi storiche. E ogni fase richiede competenze diverse, sensibilità diverse, perfino istinti diversi.






