AIslamabad non è fallita una trattativa, è stata ratificata una linea. Washington sapeva che l’Iran non avrebbe ceduto sul nucleare. Teheran sapeva che gli Stati Uniti non avrebbero mollato su Hormuz e sulle 900 libbre di uranio altamente arricchito. Per questo il negoziato era destinato a chiudersi senza accordo. Non perché mancasse l’ultima mediazione, ma perché il punto politico era già deciso prima dell’ultima notte di colloqui. La tregua non serviva a chiudere la crisi, ma a congelarla abbastanza da consentire alle parti di riposizionarsi. E mentre Donald Trump annunciava lo sminamento dello Stretto, gli iraniani comunicavano di aver dispiegato le forze speciali della Marina lungo la costa meridionale del Paese. Intanto, Israele è tornato ad adottare un elevato stato di allerta in seguito al fallimento dei colloqui e si prepara alla possibilità di un ritorno al conflitto militare a breve termine. In parallelo il dispositivo navale americano si ispessisce. In teatro ci sono già la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford. In arrivo ci sarebbero la USS George H.W. Bush Carrier Strike Group e la USS Boxer Amphibious Ready Group con la 11th Marine Expeditionary Unit con 5,000 unità da sbarco. È il linguaggio con cui Washington spiega che, fallito il tavolo, la tregua viene letta come finestra utile a preparare altro. Le oltre 20 ore di colloqui nella capitale pakistana, infatti, non hanno prodotto una bozza di uscita. Hanno soltanto rimesso in fila i punti sui quali nessuno aveva intenzione di cedere. Gli Stati Uniti hanno presentato la loro «offerta migliore», mentre gli iraniani hanno elencato i tre dossier rimasti aperti fino all’alba di ieri: riapertura dello Stretto di Hormuz, destino dello stock di uranio vicino alla soglia militare, sblocco dei proventi petroliferi bloccati all’estero. Ma era sul nucleare che il tavolo doveva saltare. Ed è lì che è saltato. La tregua, del resto, aveva due interpreti e un solo proprietario. I moderati raccolti attorno al presidente Masoud Pezeshkian e al ministro degli Esteri Abbas Araghchi l’hanno usata per aprire il negoziato, con la copertura di Cina e Pakistan e con l’argomento più forte che avevano in mano dopo sei settimane di bombardamenti e decapitazioni dei vertici: fermare l’emorragia, allentare il fondamentalismo, provare a salvare la ricostruzione. I pasdaran, che controllano militarmente il Paese, l’hanno accettata per ragioni opposte. Non per trattare una pace, ma per guadagnare tempo, riorganizzarsi e rifornirsi. La linea dura sul nucleare non è stata scalfita ed è il segnale che la catena di comando reale non è uscita dal bunker ideologico del regime, ma ha lasciato ai moderati il compito di portare gli americani al tavolo sapendo già dove fermarsi. É la conferma che il regime vuole tenersi strette tutte le carte con cui affrontare la fase successiva. La risposta americana arriva infatti fuori dalla stanza del negoziato.
Iran-Usa, 21 ore di dialogo servite per riposizionare mezzi e armi militari
A Islamabad non è fallita una trattativa, è stata ratificata una linea. Washington sapeva che l’Iran non avrebbe ceduto sul nuclea...














