Bargi (lago di Suviana)– Carla Consoloni guarda oltre il cancello della centrale idroelettrica e scuote la testa. Gli occhi gonfi di lacrime e un mazzolino di rose gialle in mano: «Lo vede, è tutto fermo, ma noi andiamo avanti. Ho il diritto di sapere cosa è successo a mio figlio, ho il diritto di sapere perché è morto Alessandro, aveva solo 37 anni».
Il 9 aprile di due anni fa Alessandro D’Andrea ha varcato quel cancello come ogni mattina, è sceso nella centrale gestita da Enel Green Power, e non è più tornato in superficie. «Non è morto per gioco, è morto di lavoro», sussurra la signora Carla. E aggiunge: «Non è una questione di soldi, è una questione di giustizia, di verità e giustizia».
Davanti all’impianto sul lago di Suviana ci sono i sindaci dell’appennino tosco-emiliano, ci sono i gonfaloni della città metropolitana, del Comune di Camugnano, di Vergato, di Alto Reno Terme e c’è il rappresentante della Regione.
Ci sono i vigili del fuoco, quelli dell’associazione dei carabinieri, il comandante della polizia locale in lacrime e poi ci sono loro, la famiglia D’Andrea. E ci sono tutti. Carla, col suo mazzolino di rose in mano, il marito Daniele, le figlie Nicoletta e Federica, e c’è Sara Bianco, la compagna di Alessandro. «Fa parte della nostra famiglia da sempre».






