Gli ultimi a Napoli sono soltanto lì, nei fondali tra la Gaiola e Nisida. Proprio a poche decine di metri dalla costa di Bagnoli, devastata dalla colmata Italsider che ora ospiterà il villaggio per l’America’s Cup, cresce una foresta sottomarina, pulsante e viva. E di mille colori, lungo una superficie di oltre 19 ettari.
Basta immergersi per ammirare banchi di posidonia, gorgonie, madrepore, disposte tra la secca della Cavallara e il banco di Nisida, tra i 15 e i 35 metri di profondità davanti a Coroglio. È la nostra “barriera corallina”, l’unica in città. Ed è in pericolo.
Lo dimostrano i dati appena presentati al Parco Sommerso di Gaiola, in base ai risultati del progetto Urchin. Un acronimo che sta per “Underwater Research Coralligenous Habitat in Naples”, ossia “studi sull’habitat coralligeno sottomarino di Napoli”. «Si tratta di un piano – spiega Maurizio Simeone, direttore dell’area marina protetta – iniziato due anni fa su mandato del ministero dell’Università e ricerca e finanziato con fondi Pnrr.
L’obiettivo era determinare lo stato di salute della biocenosi coralligena locale. Si tratta di un «ecosistema fondamentale del Mediterraneo – prosegue Simeone – composto da alghe calcaree e organismi biocostruttori: un vero e proprio hotspot di biodiversità, fondamentale per la salute del nostro mare».








