Capita, talvolta, in democrazia, di dover ringraziare un governo per le promesse non mantenute o per avere adottato misure opposte a quelle annunciate in campagna elettorale; in altri termini, per non avere rispettato il mandato degli elettori. Il governo Meloni appartiene a questa categoria. Il giudizio positivo è infatti paradossalmente (sempre dal punto di vista di una democrazia funzionante) legato sia agli annunci non realizzati (autonomia regionale, premierato, cancellazione della riforma pensionistica), sia alla tenuta dei conti pubblici, cioè a quella che i partiti dell’attuale maggioranza sprezzantemente definivano “austerità”, consistente nel contenimento della spesa pubblica o nell’aumento delle entrate fiscali per ottenere risorse destinate a ridurre un debito pubblico non sostenibile. La prova dei numeri Giorgia Meloni non ha ridotto la spesa, rispetto al livello pre Covid, mentre la pressione fiscale è lievemente aumentata, nonostante riduzioni di aliquote, sia grazie al miglioramento dell’efficienza del sistema tributario, sia per effetto dell’inflazione, che spinge verso l’alto i salari in termini nominali e aumenta l’aliquota media di tassazione. È vero, come ha orgogliosamente affermato Meloni, che l’occupazione è salita (anche quella stabile) ma è anche vero, come ha ribattuto Schlein, che lavorare non è più sufficiente per evitare la povertà, che è purtroppo stabilmente salita. Dopo l’aumento dovuto al Covid, che ha portato la povertà assoluta al 9,4 per cento della popolazione, la crisi energetica e la conseguente inflazione hanno stabilizzato il dato su livelli di poco inferiore al 10 per cento, con un raddoppio di incidenza rispetto a un decennio fa (con oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di individui in povertà assoluta).