I negoziati sono in corso, scanditi dal diario di guerra che Donald Trump tiene sui suoi social. Diario è un concetto alto, di nobile tradizione. Diciamo pensierini, micro invettive, minacce e vanterie. Ieri è stata la volta delle mine nello stretto di Hormuz: vi facciamo noi il favore di bonificarlo perché voi “paesi di tutto il mondo non ne avete avuto il coraggio”. Sono “mine orfane, i ventotto posamine giacciono anch’essi sul fondo del mare”. Cioè occhio, a passarci sopra se non ve lo diciamo noi. Speriamo che si trattenga dall’esprimere nuovi giudizi e altre lodi ad Allah nei passaggi cruciali delle trattative. Non c’è mai niente di serio, di concreto, di fondato in quel che Trump dice a proposito del conflitto che ha scatenato e delle guerre in corso. Mai niente di vero. Ci pensavo ieri chiudendo il monumentale lavoro di Elena Testi, reporter di guerra per La7, sulle origini politiche e le radici finanziarie dell’estrema destra israeliana.

Se c’è qualcuno che detta la linea e influenza la politica del governo statunitense è Netanyahu, “Bibi”, “l’americano”. Non si comprendono le ragioni profonde della fratellanza fra i due leader - non basta ricorrere a categorie politico psicologiche, la megalomania, la paura di perdere il potere - senza scandagliare a ritroso il legame profondissimo e principalmente economico delle destre, nei loro rispettivi paesi. Destre delle quali sono il frutto avvelenato ma il frutto, il naturale risultato di un lungo cammino. Si intitola Genesi (Sem editore) il libro in cui per quasi quattrocento pagine Testi ricostruisce con tenacia e accurata precisione sentieri invisibili all’occhio. Patti, storie, intrecci di un romanzo del presente: un romanzo della realtà scritto in una lingua di grande bellezza come una storia di spie e di assassini, di magnati e attentatori, ministri, informatori, faccendieri, attivisti e banchieri. È un racconto che inizia negli anni Sessanta e retroillumina il presente: questa, sì, una storia vera. La vera storia.