Neon che lampeggiano allerte civiche, sculture e murales di denuncia: così in giro per il mondo ci si oppone all’Ice, alla guerra, ai nuovi re

di Germano D’Acquisto

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È una scena che sembra scritta da un romanzo corale: da una parte i raid, le divise, l’acronimo che si fa spauracchio; dall’altra una realtà che risponde con ciò che ha — voce, luce, carta, colla, vernice. E così l’Ice, da sigla amministrativa che sta per Immigration and Customs Enforcement, finisce per diventare un personaggio: il cattivo ricorrente di un presente dove l’arte contemporanea, tra Stati Uniti ed Europa, non si limita a commentare ma entra in campo, spesso senza neppure passare dal via dei musei. Non più una metafora, bensì una presenza che ha anticipato gli oltre 8 milioni di americani scesi in più di 300 piazze nell’ultimo weekend di marzo.

A Los Angeles, laboratorio permanente di collisioni culturali, la risposta degli artisti è stata quasi organica, istintiva. Patrick Martinez, artista messicano-americano noto per i suoi neon serigrafati e i colori saturi usati come ammonimenti, trasforma slogan come Ice Out in insegne che lampeggiano come allerte civiche nei quartieri sotto pressione. Accanto a lui, Anabel Juárez, cresciuta tra lo stato messicano di Michoacán e la California, traduce la migrazione in scultura botanica: radici che si avvitano, fiori che non chiedono permesso. Il loro lavoro non si limita a criticare l’ordine politico imposto da Trump, ma lo rende abitabile e contestabile. Due gesti opposti e complementari: uno frontale, l’altro più intimo.