L’ultranovantenne ma sempre urticante, abrasivo, impietoso Carlo De Benedetti, vantatosi a suo tempo di desiderare la tessera numero uno del Pd, non ricordo più se con o senza l’effige poi intervenuta di qualche compianto leader della lontana prima Repubblica, quella vera e non di carta da lui posseduta per un po’, prima che i figli non la vendessero; Carlo De Benedetti, dicevo, ha colto l’occasione offertagli da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, per inserirsi nel dibattito che sta dividendo la sinistra sulle primarie. Sono le primarie che dopo la vittoria referendaria dei signornò alla riforma della magistratura, quasi volendosene appropriare, Giuseppe Conte ha invece proposto, pur al termine di un lungo percorso di elaborazione programmatica, per sciogliere prima delle elezioni politiche il nodo della leadership dell’alternativa.
Da piatto principale o addirittura unico alla tavola elettorale l’ex o non so se ancora iscritto al Pd, e con quale numero vero o metaforico di tessera, “l’ingegnere” - come tutti lo chiamiamo scrivendone e parlandone, con la stessa abitudine con la quale davamo dell’“avvocato” a Gianni Agnelli - ha fatto delle primarie un contorno, per giunta di quelli che sembrano piacergli di meno.







