«C’è sempre un inizio nelle cose. La prima partitura che ho cancellato è quella di “Voce ‘e notte”. Struggente». A parlare è l’artista Emilio Isgrò durante l’inaugurazione dell’importante mostra dal titolo “Canto Napoli”, pensata per il Museo e Real Bosco di Capodimonte e fortemente voluta e curata dal direttore Eike Schmidt, che ha sottolineato come il progetto di Isgrò sia «un omaggio alla canzone napoletana, come patrimonio della città, ma anche di tutta l’umanità» (aperta fino al 29 settembre).
Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937) - pittore, ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista - da oltre sessant’anni ha fatto della parola il centro del suo percorso creativo. Parola scritta e soprattutto “cancellata”.
«Quando si vedono frasi cancellate – ha spiegato in più occasioni -, uno si domanda “chissà cosa c’era sotto”. Naturalmente che il pubblico percepisca una parte distruttiva ci sta. L’arte deve essere sempre un po’ ambigua e contraddittoria». La strisciata di nero di Isgrò che nasconde parole e testi di varia natura assume il valore pittorico di una pennellata. È così che l’artista ha cominciato da metà degli anni Sessanta a utilizzare questo dispositivo, un’invenzione linguistica, che in breve tempo è diventato la sua cifra stilistica nota in tutto il mondo. Da allora non ha più smesso, cancellando le pagine della Divina Commedia, della Costituzione italiana, passando per quelle dell’enciclopedia Treccani, e molto di più. «La cancellatura rimane il mio autoritratto più compiuto, per questo resiste al tempo e si carica di drammaticità» racconta Isgrò.








