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Il leader della Lega a tutto campo tra l’agenda di governo e il Remigration Summit di Milano del 18 aprile. "Il Pd chiede censure e Sala non ha aperto bocca: questo è gravissimo"

Il Consiglio dei ministri è alle battute finali e Matteo Salvini si accomoda nel suo ufficio di vicepremier a Palazzo Chigi. Maniche di camicia e cravatta azzurra, sorseggia un caffè da un bicchierino di plastica e si versa un bicchiere d'acqua. È reduce da una missione andata-ritorno in Molise sull'elicottero per la questione della frana, evento che ha generato l'istituzione dello stato di emergenza anche in Abruzzo, Puglia e Basilicata. «Odio la parola resilienza, preferisco usare il termine ripartenza. Siamo riusciti a riaprire nello stesso giorno autostrada, strade e ferrovia» elenca con soddisfazione.

In Cdm ha parlato a lungo con il ministro dell'Economia Giorgetti. Il colloquio non è un mistero: ce lo riferisce lui stesso. «Era stupito anche lui per le parole del commissario Ue Dombrovskis che non ritiene i nostri problemi sufficienti per intervenire, neanche di fronte a una situazione paragonabile a una malattia grave. Ma questi vivono davvero su Marte». L'Europa, quella di Bruxelles, è diventata un cruccio per il leader leghista impegnato da tempo in una sorta di terza via sul governo del continente.