Sono tutte bellissime le foto vincitrici del World Press Photo 26: 42 scelte tra 57.376, scattate da 3.747 fotografi di 141 Paesi diversi. Raccontano conflitti e crisi, dall’Ucraina al Nepal dal Pakistan alla Palestina. Mostrano mobilitazioni di cittadini e lotte per i diritti, movimenti femminili, in luoghi che vanno dagli Stati Uniti al Guatemala al Kenya. Ci sono anche lavori intimi che parlano di malattia, lutto, isolamento, sopravvivenza, speranza. C’è il mondo attorno a noi, così com’è, ritratto per istanti. Continente per continente. Una però, una tra tutte ai miei occhi mostra l’abisso di ferocia insensata in cui l’umanità sta precipitando, e non è un’immagine di guerra né delle sue vittime: sta nella sezione “ritratti ambientali”, quelli dedicati alla natura. L’ha scattata in Zimbabwe Halden Krog, è stata pubblicata sul Daily Mail, si intitola “When giants fall”. Mostra una decina di uomini che sparano a otto elefanti tra i quali due cuccioli. Gli elefanti sono radunati al centro di un cerchio di terra recintato da un’altra barriera: prigionieri, di spalle al plotone di esecuzione. Lo spazio è minimo, ma loro ne occupano una porzione minuscola. Sono stretti uno all’altro in mezzo alla radura. Due sono già a terra, un terzo sta cadendo, i cuccioli sono ancora vivi, protetti tra le zampe delle madri. I dieci uomini che sparano (un undicesimo sembra non avere il fucile) sono in piedi sul pianale dell’autoarticolato che li ha portati fin lì. Corpulenti, hanno camicie sgargianti, a scacchi o mimetiche, sono vestiti da safari in calzoncini corti e cappello come in un film sull’Africa di serie B. Altri quattro li osservano da un’auto vicina, hanno grandi cuffie così da non subire il trauma degli spari. Non sia mai. Anche gli uomini sono di spalle, colti nell’istante in cui all’unisono mirano alle prede recluse. Chissà quanto hanno pagato per questo eccitantissimo gioco. Chissà se più o meno dei cecchini-gitanti che andavano a Sarajevo a sparare alle persone. Questo è.