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Un mafioso al telefono cita l'azzurro Mulè e il leghista Molteni ed è processo. Sul selfie con la Meloni i dubbi degli inquirenti: forse è un fotomontaggio

I testimonial del "Sì" al referendum sulla giustizia finiscono sul "registro degli infangati" aperto dalla redazione unica dei soliti giornali ciclostile delle Procure. I miasmi dell'inchiesta Hydra e i presunti rapporti tra Fratelli d'Italia a Milano e il superpentito Gioacchino Amico, considerato il referente del clan di camorra romano dei Senese in Lombardia sporcano altri politici di centrodestra. Di buon mattino se ne accorge Giorgio Mulè, giornalista di razza prestato a Forza Italia finito suo malgrado nel tritacarne del Fatto e accostato a Amico: "In un'intercettazione risalente al 1 marzo 2021 un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a sottosegretario alla Difesa avrebbe detto a un suo interlocutore di conoscermi e di aver parlato con me. Il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante", si lamenta l'esponente azzurro.