Apolipoproteina B. Segnatevi questo termine, o se preferite la sigla che lo definisce, apoB. Probabilmente, in futuro, la misurazione di questo parametro potrebbe sempre di più integrare il classico screening dei pericoli di infarto e ictus con il colesterolo-Ldl, quello “cattivo”, o più in generale la valutazione del colesterolo non “buono” ovvero non Hdl. A preconizzare questa evoluzione della definizione delle probabilità di eventi legati al metabolismo dei lipidi nel sangue è una ricerca coordinata da Ciaran Kohli-Lynch, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, apparsa su JAMA. Lo studio è il primo ad indicare che il test dell'apoB sarebbe più efficace (e valido sul fronte economico) dei controlli del colesterolo-Ldl e non-Hdl nella previsione del rischio cardiovascolare.
Colesterolo “cattivo”, così un farmaco aiuterà a prevenire infarto e ictus
01 Aprile 2026
Così si sceglie la cura
Per valutare i diversi test gli studiosi hanno impiegato un modello di simulazione computerizzata che rappresentava 250.000 adulti statunitensi idonei al trattamento con statine ma senza patologie cardiovascolari preesistenti. Sono state confrontate tre strategie per guidare il trattamento: nel primo gruppo si è considerato come parametro chiave il colesterolo-Ldl, che doveva scendere sotto i 100 milligrammi per decilitro, nel secondo il colesterolo non-Hdl (target sotto i 118 milligrammi per decilitro), nel terzo appunto l’ApoB (obiettivo scendere a valori inferiori a 78,7 milligrammi per decilitro). Se i pazienti non raggiungevano l'obiettivo prefissato con le statine, il trattamento veniva intensificato prima con statine più potenti, poi aggiungendo un altro farmaco, ezetimibe. Il modello ha monitorato gli esiti di ciascuna strategia nell'arco della vita, inclusi infarti, ictus, aspettativa di vita, qualità della vita e costi sanitari. Risultato della simulazione: il trattamento "guidato” dall'ApoB ha superato le altre due strategie, migliorando la salute della popolazione e salvando più vite in modo economicamente vantaggioso. Questo approccio diagnostico e di screening, va detto, risponde alle richieste delle recenti linee guida dell'American Heart Association che raccomandano di iniziare la terapia ipocolesterolemizzante in età più giovane per molti pazienti. “Per questo è sempre più importante identificare con precisione chi trarrebbe maggior beneficio da un trattamento intensivo – è il commento di Kohli-Lynch in una nota”.






