«Ho costruito un castello di bugie in cui io stesso sono annegato». Era il 27 maggio 2024 e Alessandro Impagnatiello, rispondendo in aula alle domande del pm, tentava di dare una spiegazione all'abisso nel quale aveva trascinato la compagna ventinovenne Giulia Tramontano. Avvelenata per settimane con un topicida che la faceva contorcere per il male allo stomaco, uccisa con 37 coltellate quando era al settimo mese di gravidanza, il suo corpo bruciato nella vasca da bagno.
Ora è in carcere a Pavia, con una condanna all'ergastolo per omicidio pluriaggravato, distruzione di cadavere e interruzione non consensuale di gravidanza. E tornerà davanti ai giudici per un nuovo processo d'Appello: la prima sezione penale di Cassazione ha disposto per l'ex barman dell'Armani Caffè un nuovo procedimento, che riguarderà il solo riconoscimento dell'aggravante della premeditazione esclusa nella sentenza di secondo grado. La decisione è stata accolta con soddisfazione dai familiari della vittima. Spiega il legale del papà, Nicodemo Gentile: «Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bimbo che portava in grembo».
«Quello di Giulia Tramontano fu un agguato, un omicidio premeditato», ha insistito ieri nella sua requisitoria il sostituto pg della Cassazione Elisabetta Ceniccola. «La Procura generale non può comprendere perché la Corte d'Assise d'Appello abbia svilito il concetto dell'agguato, dall'arma già scelta alla rimozione del tappeto, elementi valorizzati nella sentenza di primo grado», ha sottolineato.












