Si fa sempre un gran parlare della vivacità culturale milanese degli anni 70, dei festival, della musica, di Gianni Sassi etc. E spesso chi parla non c’era, ha letto e racconta solo per sentito dire. Poi c’è Eugenio Finardi. Ovvero una delle menti più aperte e creative dell’intera città che quel periodo e tutto il resto lo ha vissuto, cantato, percorso.

E che per fortuna continua a metterlo in parole e musica, come lunedì sera (20,45) al Manzoni accompagnato sul palco dal fido Giuseppe Giuvazza Maggiore. Spiegare chi è Finardi e che cosa ha fatto fa ridere, c’è tutta la carriera a parlare. Qui voglio portare due episodi vissuti in diretta. Il 14 giugno del 2017 celebrammo i trent’anni di Tuttomilano, il nostro magazine che, ahimè, non c’è più.

Convocammo trenta protagonisti della vita cittadina, tra questi Eugenio Finardi che accettò alla prima telefonata dicendosi sorpreso e onorato. Dietro le quinte del palco in piazza Gae Aulenti c’era Albertino, che sarebbe intervenuto poco dopo. «Finalmente posso dirtelo e abbracciarti, sei sempre stato il mio preferito» gli disse, due mondi all’apparenza decisamente diversi che si incontravano e condividevano idee.

Qualche anno dopo chiesi a Finardi di tenere una lezione agli aspiranti giornalisti della Cattolica. Anche in questo caso il sì fu entusiasta e sorpreso. E quei trenta ragazzi rimasero due ore ad ascoltarlo e a fargli domande e lui a raccontare, rispondere. Ad aprire mondi. Averne di personaggi così. E quando ci sono, conserviamoli e celebriamoli.