Nino D’Angelo parla con un’allegria dal retrogusto amaro. Le sue parole però trasudano riscatto, e la storia che racconterà nel concerto del 17 luglio a Musart, al Parco di Pratolino, è quella di un artista che ha abbattuto i pregiudizi. E ora è considerato un maestro.
Un live dedicato ai suoi anni Ottanta, che definisce meravigliosi.
«In quel decennio è arrivato il successo, il matrimonio, due splendidi figli. Certo, in Italia il riconoscimento fu circoscritto: aldilà di Roma c’era un muro che non riuscivo a sfondare, manco mi davano i teatri per i miei concerti. Però non ci pensavo più di tanto. Ero giovane, mi godevo quello che stava accadendo, i concerti all’Olympia a Parigi. Andavo avanti anche se c’erano tanti giornalisti che mi osservavano dubbiosi. Il caschetto biondo, il dialetto che ancora non aveva avuto il riconoscimento che meritava, l’idolatria nella mia città. Però le perplessità altrui mi hanno aiutato a crescere».
Veniva da una povertà che non ha mai nascosto.
«L’ho vissuta come ricchezza. Da ragazzo ho avuto poco, ogni cosa che acquisivo - e che nella normalità è un diritto - per me risultava una conquista. Chissà perché, ma i poveri hanno sempre avuto solo doveri».







