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"La gang delle tre B" di Massimo Lugli è ispirato ai veri fatti di cronaca nera che insanguinarono le strade della Capitale per almeno tre anni

Prima della Banda della Magliana, della famiglia Casamonica, delle cosche calabresi. Prima di tutti loro a Roma c'è stata una gang che per un breve periodo ha dettato legge e ha rivoluzionato la criminalità della Capitale. Era il Clan dei Marsigliesi, un'organizzazione che a metà degli anni Settanta ha spadroneggiato e seminato il terrore in una città che fino ad allora aveva sempre conosciuto una delinquenza casereccia e arruffona, mini bande di borgata dedite più che altro a furti, usura, estorsioni, prostituzione. Gente senza grande spessore criminale, che al mitra preferiva il coltello.

Loro, i marsigliesi, erano di tutt'altra pasta. Giovani, coraggiosi, spietati. Ma anche eleganti, sbruffoni, amanti del lusso. Per colpa loro Roma fece conoscenza con le rapine violente, il traffico di eroina e i sequestri di persona e dal quel momento nulla è stato più come prima. Cinquant'anni dopo, l'epopea tragica del Clan dei Marsigliesi torna alla ribalta con un romanzo noir di Massimo Lugli, La gang delle tre B (Newton Compton, pagg. 288, 12,90 euro), dove le tre B sono le iniziali dei cognomi dei personaggi di fantasia che compaiono nel libro (Jean Burattier, Paul Battiglieri e Matteo Bernardini, da pronunciare rigorosamente con l'accento sulla i finale). Ma erano anche le iniziali dei veri capi dei marsigliesi: Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Lino Bellicini, nato a Brescia ma cresciuto nel sud della Francia.