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Ultimo aggiornamento: 21:28

Sei lingue straniere apprese nel corso della sua vita, spronava i calciatori ad andare a teatro e leggere libri. Mircea Lucescu è stato molto più di un allenatore. Morto a 80 anni per un doppio infarto che lo ha colpito venerdì proprio quando stava per essere dimesso dall’Ospedale Universitario di Bucarest, è stato un maestro per chi lo ha incontrato nel corso della sua carriera calcistica. Lo è stato fino alla fine, quando due settimane fa ha fatto di tutto per portare per l’ultima volta la sua Romania ai Mondiali, salvo poi cedere alla Turchia. “Non posso andarmene da codardo. Dobbiamo credere nella qualificazione ai Mondiali. Non sono nella mia forma migliore, ma sono in debito con tutto quello che il calcio romeno mi ha dato”. Poi la sconfitta e successivamente il malore durante la riunione tecnica prima dell’amichevole prevista qualche giorno dopo.

La malattia gli aveva impedito di preparare al meglio la sfida playoff, ma “quando i medici mi hanno detto che potevo continuare ad allenare, mi sono concentrato su ciò che dovevo fare per la Romania”. Non è riuscito nel suo ultimo desiderio, ma il ricordo che Lucescu ha lasciato al calcio italiano è di una persona sincera, vera, che ha vissuto per il calcio e lo ha fatto fino agli ultimi giorni della sua vita. Ed è stato anche un allenatore vincente: in carriera ha conquistato 8 titoli da calciatore e 37 da allenatore (di cui 3 internazionali). È al terzo posto nella lista dei tecnici più titolati della storia del calcio dopo Josep Guardiola (41) e Alex Ferguson (49).