Ha allenato in cinque Paesi, imparato sei lingue, guidato due Nazionali, vinto 37 trofei e insegnato ovunque calcio. Mircea Luscescu è stato uno degli allenatori che ha cambiato di più il calcio negli ultimi 30 anni, privilegiando sempre la tecnica e il gioco offensivo. Lo ha fatto sempre in contesti lontani dalle capitali dell’impero del pallone. Ha dovuto sfidare anche le guerre allenando in condizioni estreme, per questo diventando ancora più un mito.

Ha conquistato i suoi trofei soprattutto sulla panchina dello Shakhtar Donetsk, dove è rimasto 12 anni, trasformando la squadra dei minatori arancio-neri in uno dei laboratori più interessanti d’Europa. Mircea scopriva brasiliani di talento ancora sconosciuti ai grandi club, li esaltava nel suo collettivo brillante e li rivendeva alle squadre più importanti d’Europa. Tra questi: Willian e Fernandinho, due dei cinque brasiliani in campo nella finale di Europa League vinta nel 2009 contro il Weder Brema, dopo una storica semifinale con la Dinamo Kiev. Senza dimenticare Douglas Costa, arrivato l’anno dopo quel trionfo. Nella ricerca di questi talenti verdeoro lo aiutava il figlio Razvan, a sua volta allenatore.

Ha ribaltato le storiche gerarchie del calcio ucraino, portando lo Shakhtar Donetsk più in alto della Dinamo Kiev. Era alla guida dello Shakhtar nel 2014 quando la Russia attaccò il Donbass costringendo la squadra a migrare verso altre città perché Donetsk era diventato un teatro di guerra e anche lo stadio era stato gravemente danneggiato. Ed era al timone della Dinamo Kiev nel 2022 quando la Russia invase il resto del Paese. Ha resistito andando al di là del calcio, anche se tra l’inizio di questi due conflitti ha accettato un’offerta dalla Russia: lo Zenit San Pietroburgo nella stagione 2016-17. Ha allenato sotto le bombe, con gli allarmi che costringevano a interrompere sedute e partite a Donetsk e Kiev, in mezzo a stadi deserti. Nel luglio 2022 si rifiutò di andare in conferenza stampa a Istanbul al termine del preliminare tra Fenerbahce e Dinamo Kiev perché i tifosi di casa avevano intonato assurdi cori a favore di Putin.