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Ultimo aggiornamento: 22:02

Ha dato la vita per il calcio, fino all’ultimo e non è un’immagine retorica: Mircea Lucescu, nato a Bucarest e scomparso all’età di 80 anni per le conseguenze di un doppio infarto, è stato in panchina il 26 marzo in occasione della semifinale dei playoff mondiali persa 1-0 in casa dalla Romania, sotto i colpi della Turchia di Vincenzo Montella. Aveva lasciato l’ospedale dove era ricoverato da Natale per problemi respiratori per non mancare l’appuntamento della sua nazionale. Si è sentito male qualche giorno dopo, prima di Slovacchia-Romania: una sincope. Sembrava in ripresa, ma al momento delle dimissioni, venerdì scorso, i due infarti, il coma indotto e la fine.

Lucescu è stato un signore del calcio, in tutti i sensi. Ha vinto 36 trofei, ha allenato in cinque paesi (Romania, Italia, Turchia, Ucraina e Russia) lungo una carriera durata 45 anni, dopo i trascorsi da calciatore: era un ex-attaccante. Parlava sette lingue (romeno, italiano, inglese, francese, portoghese, spagnolo e russo) e si sapeva districare nelle strade tortuose della politica, dalla dittatura di Ceaucescu alla guerra Russia-Ucraina. Aveva un debole per l’Italia: Pisa, Brescia – soprattutto -, Reggiana e Inter le squadre guidate dal 1990 al 1999, con l’eccezione della stagione 1997-98 al Rapid Bucarest. Era affezionato a Massimo Moratti, ricambiato. Le statistiche dicono che ha collezionato 1544 panchine, con 919 vittorie, 314 pareggi e 311 sconfitte, media-successi 59,52%. Le sue squadre hanno segnato 2937 gol in totale, quasi due a gara.