Il copione è sempre lo stesso, lo conosciamo a memoria: i cinesi vincono perché hanno gli schiavi nelle fabbriche, perché vendono sotto costo, perché se ne fregano delle regole, perché sono comunisti e quindi barano per definizione.
Luoghi comuni comodi, caldi, rassicuranti, ma del tutto inutili quando fuori fa freddo davvero. Qualche tempo fa Tim Cook, che di Apple è l’amministratore delegato (cioè il capo dell’azienda più importante del pianeta, non proprio il primo che passa), ha avuto la cattiva educazione di dire le cose come stanno. E lo ha fatto con quel tono da ingegnere calmo che fa più male di un comizio.
“Secondo quello che pensa la gente», ha spiegato, «le aziende vanno in Cina perché la mano d’opera costa poco. Ma la Cina ha smesso di essere il Paese con i costi di manodopera più bassi del mondo tempo fa. Non è più questo il motivo”.
Allora? “Allora il motivo è un altro, e si chiama quantità di competenze concentrate in un solo luogo. I prodotti che facciamo – quelli che tengono in vita la nostra vita digitale, le nostre auto che si guidano da sole, le nostre fotocamere che fingono di vedere al buio – richiedono strumenti di produzione avanzatissimi e una precisione da chirurgo su materiali che fino a ieri sembravano fantascienza”.






