Cento anni fa, il 7 aprile 1926, moriva in Francia, l'antifascista liberale Giovanni Amendola. «Mio nonno morì esule a Cannes per i postumi di una brutale aggressione fascista che avvenne a Montecatini la notte tra 20 e 21 luglio 1925», testimoniava il nipote che porta il medesimo nome. Sempre in Francia, ma in questo caso a Parigi, neanche due mesi prima, il 15 febbraio, era spirato, pure lui per le conseguenze dei pestaggi fascisti, un altro punto di riferimento dell'antifascismo liberale, Piero Gobetti.

Ma mentre Gobetti era un intellettuale di 25 anni, Amendola aveva 44 anni ed era un giornalista e politico di grande esperienza che, dopo il delitto Matteotti (giugno 1924), era diventato il punto di riferimento dell'antifascismo borghese italiano. Benito Mussolini aveva ben chiaro il ruolo di Amendola, poiché dirà di lui: «Avevamo contro di noi, inflessibile, un uomo soltanto: Giovanni Battista Amendola».

Questo spiega molte cose: che l'antifascismo non era affatto prerogativa dei "comunisti", come oggi starnazza chi giudica l'antifascismo "divisivo", e che tanti di quelli che si dichiarano spudoratamente liberali, qualche decennio fa si sarebbero senza problemi trovati dall'altra parte della barricata. In ogni caso, per celebrare l'anniversario della scomparsa di questo importante politico italiano, tra l'altro padre di Giorgio, che diventerà uno dei maggiori leader del Pci, esce il libro di Antonio Carioti, "L'uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale", edito da Laterza.