«Ciò che bisogna fare», ha detto Benjamin Netanyahu lo scorso 19 marzo in un veloce passaggio televisivo, «è creare alternative ai choke point di Hormuz e Bab el-Mandeb, costruendo tubazioni da Est a Ovest attraverso la penisola arabica. Dritti verso i porti israeliani con destinazione Mediterraneo». Ha poi concluso: «Vedo una reale opportunità per cambiare la situazione energetica».
Alcuni media sauditi il giorno successivo hanno fatto sapere che non c’è nulla di pronto. Una smentita che non smentisce la filosofia alla base dell’uscita di Bibi.
D’altronde non potrebbe essere altrimenti. Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, sono stati raccontati come una svolta diplomatica tra Israele e il mondo sunnita. Ma fin dall’inizio il loro significato reale è stato più profondo e meno visibile: non solo normalizzazione politica, bensì il tentativo di ridisegnare le rotte dell’energia globale.
Hormuz e Bab el-Mandeb
Da decenni il sistema energetico si regge su pochi passaggi obbligati. Lo Stretto di Hormuz, il Canale di Suez, il Bab el-Mandeb sono stati - e lo sono ancora oggi visto gli effetti dell’attuale guerra in Iran - i veri cardini di petrolio e gas. Allo stesso tempo, sono stati punti di fragilità estrema: minacciabili, esposti a crisi regionali.









