Un Medio Oriente meno ostaggio della geografia iraniana. Sarebbe questo l'obiettivo di cui si discute nelle stanze alte della diplomazia, dove si tratta la guerra a tutti i livelli. Il cambio di regime a Teheran rimane sullo sfondo della riduzione del potere di ricatto costruito sullo Stretto di Hormuz. E quindi, si ragiona su corridoi terrestri e marittimi alternativi, oleodotti che spostano flussi fuori dal Golfo interno e una normalizzazione araba con Israele che smetta di essere simbolica e diventi infrastruttura politica, commerciale e di sicurezza. Oggi Hormuz è il choke point, un collo di bottiglia in mano al regime. Secondo la International Energy Agency, nel 2025 vi sono transitati quasi 20 milioni di barili al giorno. Ma la stessa Iea segnala che esiste già una capacità alternativa compresa fra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, mentre la U.S. Energy Information Administration indica nella East-West Pipeline saudita una capacità di 5 milioni di barili al giorno, espandibile temporaneamente a 7, e nella pipeline emiratina Habshan-Fujairah una capacità di 1,8 milioni di barili al giorno. Gli Emirati puntano inoltre a un'ulteriore linea da 1,5 milioni di barili al giorno verso Fujairah entro il 2027. Quindi Hormuz non dovrà più essere un monopolio geografico assoluto. Se Arabia Saudita ed Emirati aumentano la quota di export sottratta allo stretto, il costo politico della minaccia iraniana sale e il suo rendimento scende. Non sparisce la capacità di interdizione, ma si restringe la rendita di posizione di Teheran.