E lo chiamano declino. Dell’America, ovviamente, dell’odiato zio Sam finito nelle mani di un capriccioso autocrate con il quale il “secolo americano” si chiude e campioni del multilateralismo e del soft power diventano i cinesi e i loro compagni (sic!). È questa la narrazione accreditata in certe cancellerie europee, negli ambienti della sinistra globale e sui media progressisti. Ma le cose stanno così? Verifichiamolo coi fatti. La potenza oggi si misura essenzialmente su due fattori: il possesso delle fonti energetiche e la leadership nel campo della ricerca tecnologica e dell’innovazione. Dal primo punto di vista, gli Usa hanno conquistato già da qualche anno l’autosufficienza: mentre l’Europa si baloccava su ambiziosi piani di riconversione ecologica, puntando tutto sulle energie “rinnovabili”, l’America dava vita a una politica di trivellazioni che portava in pochi anni ad un boom di produzione di petrolio e shale gas. Gli Stati Uniti diventavano così addirittura, a partire dal 2019, esportatori netti di energia. L’assertività dimostrata ultimamente da Trump verso il Venezuela e l’asse dei paesi dell’America latina tende a consolidare questo primato. Venendo alla tecnologia, le frontiere più avanzate dell’innovazione, che passano ormai attraverso gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e dell’informatica avanzata, sono ancora saldamente in mano alle imprese statunitensi, nonostante l’innegabile sfida portata da Cina e altri paesi asiatici.