La faccia tosta della Cgil, bussola fasulla delle battaglie ideologiche delle opposizioni, non conosce limiti: «L’Istat certifica un dato allarmante, 13,3 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale». Vero. Il sindacato di Maurizio Landini, però, si guarda bene dal dire che nel 2024 di italiani in difficoltà ce n’erano 13,5 milioni. Già, perché, udite udite, nel 2025, parola di Istat, si sono registrati segnali di miglioramento delle condizioni di vita. Ma come? E il frigorifero vuoto evocato tutti i giorni da Elly Schlein? La difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena? I disagi di una parte della popolazione, ovviamente, restano. Ma la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale lo scorso anno è scesa dal 23,1 al 22,6%. Archiviata la bufala sugli indigenti che crescono passiamo ai redditi. Perdita di potere d’acquisto, salari troppo bassi? Sicuramente non possiamo pasteggiare a ostriche e champagne, ma nel 2024 il reddito medio annuo delle famiglie (39.501 euro) è cresciuto sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%). Una crescita, reggetevi forte, che secondo l’Istat «si associa alla riduzione della disuguaglianza nella distribuzione». Si demolisce così l’altra bufala che i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Ciò che sta accadendo, seppure in misura lieve, è esattamente il contrario. Del resto, bastava non fermarsi ai titoli dei documenti di Bankitalia per leggere, nell’audizione del 2023, che grazie all’effetto cumulato della riforma dell’Irpef e del taglio delle aliquote l’indice di Gini che misura le disuguaglianze nel Paese aveva invertito la rotta, iniziando a scendere. Ma non è finita. Passiamo all’occupazione, che malgrado la leggera battuta d’arresto a febbraio resta da record. A certificare i dati reali, contratti aperti e chiusi, ci pensa l’Inps. A fine 2025, spiega l’Istituto, si registra un saldo annualizzato positivo delle posizioni di lavoro nel settore privato pari a 342mila, confermando una «dinamica positiva consistente, anche se in rallentamento». Ancora più interessante il dettaglio. I contratti a tempo indeterminato, infatti, o per semplificare i posti fissi, pesano per il 91,5% su questa variazione tendenziale con un saldo pari a +313mila rapporti di lavoro. Terza balla sgretolata dai dati: il precariato non cresce, ma si riduce.