Lui è ancora disturbante per loro, anzi perturbante nel senso tecnico-freudiano, «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». Lui è Umberto Bossi, consegnato alla storia ancora prima della scomparsa fisica, rottamatore della Prima Repubblica e cofondatore della Seconda. Loro sono i sepolcri imbiancati della sinistra contemporanea, pettinati, tetragoni nelle loro pseudocertezze da Ztl risentita, feroci odiatori dell’Altro che è sempre barbaro e puzzolente. Figuriamoci lui che, appunto, fa riaffiorare il rimosso, cioè che era loro “noto” e “famigliare”: una lettura della società, un radicamento nei luoghi della produzione e del lavoro, una consuetudine con il mondo della vita, che è anzitutto mondo del popolo. Tutto un armamentario che la vecchia sinistra comunista, polverosa, ideologica, comunque possedeva, e che loro hanno perso in toto, sostituendo la lotta in fabbrica con la lotta alle emissioni. Bossi viceversa colse in diretta cosa si stava muovendo nelle fabbriche, soprattutto del Nord, al tramonto di una stagione, e non glielo perdoneranno mai.
Dev’essere per questo che i Buoni, i solidali, quelli che postavano “restiamo umani”, in questi giorni stanno facendo a gara per insozzarne il ricordo, storpiarne la memoria, negargli quell’ovvietà umana ancestrale che è l’omaggio all’avversario, e fin al nemico, scomparso. Perfino nei luoghi istituzionali della sua Lombardia, in quel Consiglio regionale dove stava accadendo il minimo dovuto: il minuto di silenzio. I consiglieri del Movimento Cinque Stelle e di Patto Civico, alcuni consiglieri del Pd e uno di Avs sono usciti in polemica dall’aula, più che altro in polemica con quella parte di Sé che gli consigliava di non valicare la soglia della decenza, evidentemente. Paolo Romano, che dovrebbe essere il rampollo sveglio e promettente della compagnia piddina, ha farfugliato che «Bossi era una persona omofoba e razzista», rendendo palese che non aveva la più pallida idea di che cosa, e di chi, parlasse.






